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COMPORRE: una serie di riflessioni

Stephen Rice: Feel The Music
© Copyright 2002 Stephen Rice.
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   Mi accingo a scrivere questo articolo, anche per dare qualche suggerimento a chi si vuole cimentare nell'esercizio sicuramente non facile della composizione. Non un discorso completamente organico, o forse qualcosa di simile, ma anche singoli pensieri che possono essere raccolti singolarmente.

   Una delle prime domande che possono attraversare la nostra mente, nel momento in cui vogliamo scrivere qualcosa, anche se è certamente una domanda banale, è "perchè"? Si, che senso ha scrivere musica al pianoforte dopo che in due secoli ogni cosa è stata detta, con che ardire si può pensare che la nostra a noi apparente geniale intuizione in una composizione non sia celata in una delle migliaia di pagine già scritte, magari ad opera di uno sconosciuto compositore che ha pensato la stessa cosa probabilmente molti anni prima di noi? Tante volte me lo sono chiesto, e vi assicuro che un paio di volte ho sentito delle composizioni che avevano delle somiglianze con le mie, scritte ovviamente dopo, ma data la quasi certa impossibilità del plagio non mi era rimasto che il senso di stupore e il dover ammettere che le coincidenze in musica sono meno rare di quanto si possa pensare. E non è difficile che esista somiglianza tra qualcosa di mio ed altri pezzi scritti da altri senza che io sappia ne quando nè dove. Ma se esiste una creatività, non si ferma di fronte a questi pensieri, bisogna avere il coraggio di osare.
  Io vengo da una scuola che ritengo essere la migliore, quella che parte prima di tutto dall'ascolto e successivamente dall'uso della ragione. Lo studio della composizione a tavolino, l'analisi metodica delle pagine più importanti scritte dai vari compositori, lo studio dell'arrangiamento specifico sul pianoforte e dei generi musicali più moderni porta sicuramente ad una capacità di sapersi muovere all'interno della materia, ma questo specialmente nella padronanza della forma piuttosto che nel saper cogliere una vera intuizione che provenga dal subconscio musicale, quel meccanismo che entra in gioco quando si suona e ci si abbandona alla propria ispirazione, ci si lascia guidare piuttosto che essere i "conduttori" dell'idea. A volte anche lo sbaglio, l'uscire dai propri movimenti abituali (e per movimenti intendo le progressioni armoniche o le zone della tastiera che si preferisce usare), dimenticare le regole armoniche convenzionali, sono fonte di ispirazione e aiutano a scoprire qualcosa di nuovo, che era proprio dietro l'angolo ma non avevamo mai notato.
  Io credo che la cultura musicale, la capacità di ascoltare, sia il patrimonio più importante per chi compone. Ascoltare e capire, che non deve significare necessariamente avere il cosiddetto orecchio assoluto, ma comprendere il linguaggio musicale per carpirne il segreto. E' un meccanismo che progredisce nel tempo parallelamente all'evolversi dei nostri gusti musicali, e che si affina ulteriormente guando ci risulta chiara la direzione musicale che intendiamo intraprendere
. Ma per comporre in questo modo bisogna fin dal principio dell'approccio con lo strumento riservare un doveroso periodo giornaliero all'esercitarsi liberi dai vincoli dello spartito, e magari, quando se ne acquisisce la capacità, il ripetere determinati brani, cimentandosi nella trascrizione. L'orecchio musicale è certamente un dono di natura, ma si può anche allenare, come per ogni aspetto che concerne l'essere umano.
  Esiste una scuola di pensiero che sostiene che più che altro si suona per se stessi, e quindi anche si compone per se stessi. Personalmente la maggior parte delle mie composizioni non sono ancora registrate, sono nella mia testa e sono - per il momento - un mio patrimonio personale. Ma niente gratifica di più del regalare emozioni alle persone, per cui ritengo che la vera missione di chi scrive musica sia trasmettere emozioni agli altri. Quando sento qualche commento positivo sulla mia musica, quando ricevo email di complimenti su questo o quel brano, ne sono molto felice. Significa lasciare quella traccia di sè, anche se piccola, che dà un senso a tutto quello che si fa. Senza l'ardire di volersi confrontare con i tanti grandi compositori passati e presenti, è conquistare quella piccola dose di immortalità.
  Persone come i compositori del passato, o i Beatles, o chiunque abbia scritto in modo indelebile il suo nome nella storia della musica grazie alle composizioni lasciate (e anche le canzoni sono grandi composizioni), sono benefattori dell'umanità a volte più di alcuni premi nobel o scienziati. Del resto la storia, quella di cui l'uomo può vantarsi, è fatta in larga parte da chi crea opere d'arte, musica o letteratura.
  Comporre seguendo la propria ispirazione significa comunque avere ben saldi i concetti di base della costruzione di un brano musicale, essere in grado di elaborare l'evoluzione di una melodia e non una semplice concatenazione di accordi come molti sono portati a fare nei lori primi approcci; a questo proposito, credo sia sempre meglio che l'ispirazione porti con sè sia la melodia che l'armonia, piuttosto che prima l'una o l'altra. E' sempre comunque un esercizio utilissimo inventarsi una melodia su una serie di accordi dati, o aggiungere l'armonia studiando successivamente delle armonie alternative (sostituzioni) sulla base di una melodia data. Consiglio di prendere spunto, perché no, da brani famosi facendo questo tipo di studio, i risultati possono essere interessanti e anche divertenti.
  

Nicola Morali, 3 Settembre 2003