04/11/09: chi più scarica, più compera...o no?
E' notizia di questi giorni, sulla base di una ricerca svolta in Inghilterra da parte di un importante studio di ricerca,che i pirati più o meno assidui del web, coloro che in sostanza scaricano maggiormente musica illegale, sono anche coloro che in definitiva comperano maggiormente musica attraverso i canali legali, che si tratti di download o nei convenzionali (finché esisteranno) negozi del settore. In realtà dando un'occhiata all'articolo del Guardian si legge che gli intervistati sono disposti a comperare purché il prezzo sia giusto. Insomma, cosa ci sarà mai di nuovo in questi sondaggi e articoli? Queste cose si sono già dette. Chi è stato cliente della musica nei tempi d'oro, quando c'erano i negozi veri, forniti, quando le alternative erano davvero poche, e l'unica pirateria possibile era una musicassetta registrata, possibilmente al cromo, da vinile o cd, era davvero meglio per tutti. Questo tipo di cliente, ora, è assai spaesato, intanto perché i pochi negozi privilegiano solo le ultime novità, poche discografie ragionate e approfondite, difficoltà nel reperire cose poco commerciali. Classica e Jazz, i generi meno venduti, posti ai margini e in poche colonne di espositori. Quando invece in rete è possibile trovare ogni cosa, soprattutto quei cd che nei negozi non vedi e mai vedrai, difficile resistere alla tentazione. Ma non c'è bisogno in fondo di educare o punire i 30-40enni che se hanno comperato musica continuano a farlo anche ora (ma conosco molte eccezioni in negativo), pur tra mille difficoltà. E' ai ventenni, alla download-generation, che bisogna insegnare il valore del prodotto musicale, perché sono proprio loro che se non imparano ora a comperare, ad essere sensibili e rispettare il lavoro altrui, difficilmente lo faranno dopo. Il controsenso è che si tratta della fascia d'età che è il target principale del mercato discografico, non a caso invaso da artisti o pseudo tali che a loro si rivolgono, sperando di andare incontro ai loro gusti, e portafogli! Il punto è che con la prossima fine di ogni supporto fisico, che simboleggia in proporzione proprio il valore dell'opera che veicola, sarà difficile a questi giovanissimi far capire che investire qualche somma è necessario. Mah, io non mi sento per nulla vecchio o lontano dalle idee o gusti di molti giovanissimi, ma ricordo ancora i miei primi anni '80, quel mettere da parte le 10 mila lire o poco più necessarie per comperarmi gli lp che erano compagni di ascolti appassionati, legati a tanti ricordi, anche ai negozi stessi in cui li comperai, molti dei quali scomparsi. Può forse dare la stessa emozione un'acquisto con carta di credito e relativo download da Itunes?
23/09/09: Una rinascita nostrana del pianoforte
In origine ci fu la cosiddetta "new age music", che per buona parte degli anni 90 e successivi ha accompagnato e in qualche modo etichettato gran parte dei nuovi lavori legati al pianoforte, forse proprio per l'impossibilità di collocarli in un genere ben preciso. Non era classica, non era pop, jazz o fusion, neanche musica per colonne sonore di film, e dunque il termine "new age", di gran moda all'epoca, ci stava bene. Arrivarono sul mercato decine e decine di lavori di pianisti, soprattutto americani, interpreti di un pianismo troppo melodico e per certi versi piuttosto banale, il cui scopo principale era di rilassare il corpo e la mente degli ascoltatori. Esagerando ulteriormente in questa direzione, capita ancora di vedere quei cd in certi scaffali di librerie o negozi di articoli legati alla natura dove la musica per pianoforte di questo ambito è sovrapposta ai rumori del bosco, gorgoglii d'aqua, cinguettiii e via dicendo. Terribile. Per fortuna, qualcosa è cambiato. Infatti, arrivando ai giorni nostri, parliamo di una rinascita del tutto nostrana del pianoforte, che in qualche modo ne ha trasformato l'immagine, grazie soprattutto ai suoi interpreti e comunicatori. Niente più quindi pianisti schivi e dal carattere imprevedibile (tipo Jarrett), oppure incapaci di parlare e poco comunicativi e largo quindi a istrionici showmen come Stefano Bollani, o incarnazioni di genio e follia (sincera o costruita che sia) come in Giovanni Allevi. Ma c'è spazio anche per Cesare Picco, Ludovico Einaudi, Roberto Cacciapaglia e molti altri. Più virtuosismo, più note, e talvolta anche più ispirazione di qualche tempo fa. E fa comunque piacere che dopo questo successo di Allevi ci sia più interesse verso i dischi di solo pianoforte come raramente accadeva in passato. Non a caso, ed è anche forse la ragione che mi ha un po' spinto a queste riflessioni, è' proprio di questi giorni l'uscita di un disco di pianoforte realizzato da Federica Fornabaio, che è stata anche direttrice d'orchestra a Sanremo 2009, a conferma di questo momento positivo del pianoforte in Italia. Certamente il pianismo legato al Jazz non ha mai sofferto di etichettature o considerazioni applicabili agli altri generi, prevalentemente per la sua presenza sì costante ma pur sempre ai margini del mercato discografico. E' ovvio che queste piccole rivoluzioni, un interesse mediatico ed un seguito più vasto sono direttamente proporzionali alla immediata fruibilità, alla maggiore semplicità di un'opera in confronto ad un'altra. Bollani è un genio, suona qualsiasi cosa con maestria, ed anche un tango da orchestra "leggera" sotto le sue dita diventa un brano virtuosistico impressionante, ma la sua musica non è scritta e non è per tutti; Allevi suona musica armonicamente dacisamente più alla portata della maggior parte degli ascoltatori, e che ha anche il vantaggio di essere scritta (e questa è sempre cosa non da poco) per cui si spiega il suo successo. Certo, forse abilmente amministrato e pianificato, forse discutibile in quanto in certi casi sarebbe meglio far parlare di più la musica e non accompagnarla con aneddoti surreali e poco credibili, ma non desidero per ora unirmi alle già feroci polemiche presenti in larga misura in rete e che ho seguito con interesse. Basta leggere qualche commento su YouTube per farsi un'idea. Intanto, qualsiasi commento in proposito è ben gradito.
01/10/06: Inconsistenza del mondo digitale
Ho vissuto e sto vivendo come molti di quelli della mia generazione il passaggio dal mondo "analogico" a quello "digitale", sotto ogni aspetto della tecnologia, non soltanto per quanto riguarda la musica. Nei primi tempi abbiamo tutti salutato trionfalmente l'avvento della tecnologia digitale che ci ha portato una serie di vantaggi in termini qualitativi, ma ci ha regalato una estrema inconsistenza e fragilità che tutto quanto era analogico non possedeva. In termini pratici, un graffio in un cd può renderne impossibile la lettura, un guasto in un hard disk ci fa perdere preziosissimi dati senza praticamente poterci far nulla. I nostri vecchi album fotografici tradizionali forse col passare degli anni peggioreranno per la qualità dei colori, ma non sono altrettanto fragili quanto una intera memoria fotografica, che può essere completamente annullata distruggendo un cd o danneggiando un hard disk, così come un segno su un disco ellepì non produceva tanti danni come può accadare su un cd. Comodità vuole dire fragilità.
01/07/05: Strane nostalgie
Non capisco perché i giornalisti che si occupano di musica, e i vari DJ alla radio, si ostinino a chiamare "album" le nuove uscite discografiche: i cd non hanno niente a che vedere con gli Lp che si sfogliavano, che erano qualcosa da scoprire, da leggere, da tenere tra le mani con piacere, cosa che ora non può più avvenire, anche se di recente si è cercato di uscire dalla piatta omologazione dell'artwork e packaging dei compact disc. Ma anche se si cerca di inventare qualcosa di nuovo, la creatività si scontra con l'innegabile limite tecnico dei 12 centimetri per 12 delle copertine del compact disc. Per me, come per tutte le persone la cui generazione vive a cavallo dell'era del vinile e del compact disc, il termine "album" può essere riferito solo agli Lp trentatrè giri, e non riuscirò mai a definire in questo modo un compact disc, neppure come fanno, probabilmente per abitudine (e forse perchè essi stessi fanno parte di questa generazione di mezzo), i deejay alla radio. Certo, voi direte che album può essere riferito ad una collezione di pezzi, canzoni, storie che si sfogliano come delle fotografie, ma ugualmente la definizione non mi convince.


