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Categoria: Pensieri
scritto da: nicola
Chi mi segue su questo sito ascolta prevalentemente le musiche pianistiche che vi pubblico, chi mi vede in concerto o su YouTube sa che per ragioni pratiche anche le musiche prettamente pianistiche sono obbligato a suonarle sul mio Yamaha P-90, talvolta dal vivo anche con l'ausilio del Laptop di cui sfrutto i campionamenti di pianoforte che preferisco e che reputo migliori di quelli inclusi nello stage piano Yamaha, ma il vero problema rimane quello del feeling con lo strumento, che fatico davvero a raggiungere. Il perché deriva da una serie di fattori, da come percepisco il suono, da come risponde la tastiera in rapporto al volume che ne scaturisce (cosa che non è mai equilibrata), dal fatto che la tastiera oscilla, al contrario dello strumento vero, quando è appoggiata sul supporto metallico. Questo purtroppo dipende anche dal mio modello di stage piano che non dispone di un mobile che ne garantisca almeno la stabilità, ed è davvero odioso vedere oscillare la tastiera quando si eseguono certi passaggi. Possono sembrare sciocchezze, ma obbiettivamente la qualità di quello che riesco a fare sul piano elettrico è di gran lunga inferiore, anche come inventiva, pura ispirazione, rispetto alla moltitudine di idee che scaturiscono sul mio piano a mezza-coda.
È in generale il problema che affligge da sempre il pianista, tanto più quando un pianista (o generalmente tastierista che deve coprire una certa gamma di suoni) deve necessariamente essere versatile e non può di certo pretendere il pianoforte a coda ovunque vada, cosa che non è sempre l'opzione migliore, dato che nella mia esperienza mi sono capitati molto spesso pianoforti malmessi o male accordati. Oltre a tutto questo, con l'attuale politica del taglio dei costi, gli organizzatori di concerti cercano sempre di evitare il noleggio del pianoforte, a meno che non si tratti di rassegne prettamente di musica classica. Facile comprendere quindi l'apparente vezzo di molti pianisti, per l'appunto classici, che andavano in tournèe con il proprio pianoforte, per ricreare sul palcoscenico le condizioni ideali, o alcuni che chiedevano, in certi casi, uno Steinway nuovo di fabbrica come condizione necessaria per la propria esibizione. Ma è proprio così, credetemi: quando passi tante ore con il tuo strumento, si crea qualcosa di particolare, e il feeling tra un musicista e il proprio strumento raggiunge questi livelli particolari solo quando si parla di strumenti acustici, perché in fondo ogni strumento acustico, costruito artigianalmente, seppure in serie, ha qualcosa che lo contraddistingue da ogni altro, e non c'è niente di meglio che avere il vantaggio di poter fare un concerto con il proprio strumento.
Insomma, diciamolo in modo chiaro, tutti gli altri strumentisti riescono sempre a suonare il proprio strumento ovunque, il pianista no! Questo anche per ribadire anche, se ce ne fosse bisogno, che nessun strumento elettronico può arrivare ai livelli di un vero pianoforte. La cosa, a qualsiasi chitarrista, bassista, saxofonista (e potremmo nominare ogni strumento facilmente trasportabile) può sembrare banale, ma per quanto riguarda il pianista, possiamo affermare che suona probabilmente lo strumento più bello del mondo, ma anche il più sfortunato, proprio per questo "piccolo" particolare.
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scritto da: nicola
salvataggio memoriaMi lascio andare a qualche riflessione sulla tecnologia e a quanto ha cambiato il modo in cui conserviamo gran parte dei nostri ricordi. Senza dubbio nel nostro tempo c'è stato un vertiginoso incremento del ricorso alla conservazione della "memoria" della nostra vita, in ogni aspetto, non soltanto nel recente e invadente "diario" di Facebook, ma grazie a tutti i messaggi che inviamo, riceviamo, così come con tutte le foto che scattiamo, i video che conserviamo, la musica i film e qualsivoglia contenuto che in maniera quasi compulsiva si è soliti scaricare dalla rete. Esponenzialmente così come la capacità dei supporti per memorizzare che a quanto pare raddoppia ogni cinque anni, ci circondiamo di una valanga di dati, anche poco importanti ma a cui ci affezioniamo, che sono anche terribilmente fragili, provare per credere! In particolare gli hard disk, che con molta disinvoltura eleggiamo a sicuri contenitori spesso destinati a conservare dati importanti come nostra unica copia, si dimostrano ancora inaffidabili, basta infatti un urto un po' più forte del dovuto, una distrazione, e tutto può andare irrimediabilmente perduto. Per non parlare dei supporti masterizzati, passati quasi di moda per via della scomodità, ma a conti fatti forse più sicuri di un hard disk,dato che resistono anche cadendo a terra, ma non danno garanzie particolari dopo una vita di dieci anni circa, tra l'altro anche se conservati al sicuro e mai sfiorati. In realtà, non sappiamo ancora bene questi supporti che vita reale possono avere, essendo relativamente nuovi, ma il problema più evidente è che molte cose che utilizziamo sono legate a standard di collegamento, che siano sata, usb, hdmi, tanto per fare un esempio, che rappresentano il presente ma che verosimilmente tra 10 o 20 anni saranno rimpiazzate da altri sistemi di connessione. Quindi la memoria che lasciamo per chi verrà dopo di noi non rischierà sicuramente di ingiallire dimenticata in un cassetto, ma forse, e questo è peggio, sarà resa inaccessibile dalla inesorabile avanzata tecnologica che impedisce dopo poco tempo di poter accedere ai supporti su cui memorizziamo tutti i ricordi.

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scritto da: nicola
records storeE' notizia di questi giorni, sulla base di una ricerca svolta in Inghilterra da parte di un importante studio di ricerca,che i pirati più o meno assidui del web, coloro che in sostanza scaricano maggiormente musica illegale, sono anche coloro che in definitiva comperano maggiormente musica attraverso i canali legali, che si tratti di download o nei convenzionali (finché esisteranno) negozi del settore. In realtà dando un'occhiata all'articolo del Guardian si legge che gli intervistati sono disposti a comperare purché il prezzo sia giusto. Insomma, cosa ci sarà mai di nuovo in questi sondaggi e articoli? Queste cose si sono già dette. Chi è stato cliente della musica nei tempi d'oro, quando c'erano i negozi veri, forniti, quando le alternative erano davvero poche, e l'unica pirateria possibile era una musicassetta registrata, possibilmente al cromo, da vinile o cd, era davvero meglio per tutti. Questo tipo di cliente, ora, è assai spaesato, intanto perché i pochi negozi privilegiano solo le ultime novità, poche discografie ragionate e approfondite, difficoltà nel reperire cose poco commerciali. Classica e Jazz, i generi meno venduti, posti ai margini e in poche colonne di espositori. Quando invece in rete è possibile trovare ogni cosa, soprattutto quei cd che nei negozi non vedi e mai vedrai, difficile resistere alla tentazione. Ma non c'è bisogno in fondo di educare o punire i 30-40enni che se hanno comperato musica continuano a farlo anche ora (ma conosco molte eccezioni in negativo), pur tra mille difficoltà. E' ai ventenni, alla download-generation, che bisogna insegnare il valore del prodotto musicale, perché sono proprio loro che se non imparano ora a comperare, ad essere sensibili e rispettare il lavoro altrui, difficilmente lo faranno dopo. Il controsenso è che si tratta della fascia d'età che è il target principale del mercato discografico, non a caso invaso da artisti o pseudo tali che a loro si rivolgono, sperando di andare incontro ai loro gusti, e portafogli! Il punto è che con la prossima fine di ogni supporto fisico, che simboleggia in proporzione proprio il valore dell'opera che veicola, sarà difficile a questi giovanissimi far capire che investire qualche somma è necessario. Mah, io non mi sento per nulla vecchio o lontano dalle idee o gusti di molti giovanissimi, ma ricordo ancora i miei primi anni '80, quel mettere da parte le 10 mila lire o poco più necessarie per comperarmi gli lp che erano compagni di ascolti appassionati, legati a tanti ricordi, anche ai negozi stessi in cui li comperai, molti dei quali scomparsi. Può forse dare la stessa emozione un'acquisto con carta di credito e relativo download da Itunes?
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scritto da: nicola
In origine ci fu la cosiddetta "new age music", che per buona parte degli anni 90 e successivi ha accompagnato e in qualche modo etichettato gran parte dei nuovi lavori legati al pianoforte, forse proprio per l'impossibilità di collocarli in un genere ben preciso. Non era classica, non era pop, jazz o fusion, neanche musica per colonne sonore di film, e dunque il termine "new age", di gran moda all'epoca, ci stava bene. Arrivarono sul mercato decine e decine di lavori di pianisti, soprattutto americani, interpreti di un pianismo troppo melodico e per certi versi piuttosto banale, il cui scopo principale era di rilassare il corpo e la mente degli ascoltatori. Esagerando ulteriormente in questa direzione, capita ancora di vedere quei cd in certi scaffali di librerie o negozi di articoli legati alla natura dove la musica per pianoforte di questo ambito è sovrapposta ai rumori del bosco, gorgoglii d'aqua, cinguettiii e via dicendo. Terribile. Per fortuna, qualcosa è cambiato. Infatti, arrivando ai giorni nostri, parliamo di una rinascita del tutto nostrana del pianoforte, che in qualche modo ne ha trasformato l'immagine, grazie soprattutto ai suoi interpreti e comunicatori. Niente più quindi pianisti schivi e dal carattere imprevedibile (tipo Jarrett), oppure incapaci di parlare e poco comunicativi e largo quindi a istrionici showmen come Stefano Bollani, o incarnazioni di genio e follia (sincera o costruita che sia) come in Giovanni Allevi. Ma c'è spazio anche per Cesare Picco, Ludovico Einaudi, Roberto Cacciapaglia e molti altri. Più virtuosismo, più note, e talvolta anche più ispirazione di qualche tempo fa. E fa comunque piacere che dopo questo successo di Allevi ci sia più interesse verso i dischi di solo pianoforte come raramente accadeva in passato. Non a caso, ed è anche forse la ragione che mi ha un po' spinto a queste riflessioni, è' proprio di questi giorni l'uscita di un disco di pianoforte realizzato da Federica Fornabaio, che è stata anche direttrice d'orchestra a Sanremo 2009, a conferma di questo momento positivo del pianoforte in Italia. Certamente il pianismo legato al Jazz non ha mai sofferto di etichettature o considerazioni applicabili agli altri generi, prevalentemente per la sua presenza sì costante ma pur sempre ai margini del mercato discografico. E' ovvio che queste piccole rivoluzioni, un interesse mediatico ed un seguito più vasto sono direttamente proporzionali alla immediata fruibilità, alla maggiore semplicità di un'opera in confronto ad un'altra. Bollani è un genio, suona qualsiasi cosa con maestria, ed anche un tango da orchestra "leggera" sotto le sue dita diventa un brano virtuosistico impressionante, ma la sua musica non è scritta e non è per tutti; Allevi suona musica armonicamente dacisamente più alla portata della maggior parte degli ascoltatori, e che ha anche il vantaggio di essere scritta (e questa è sempre cosa non da poco) per cui si spiega il suo successo. Certo, forse abilmente amministrato e pianificato, forse discutibile in quanto in certi casi sarebbe meglio far parlare di più la musica e non accompagnarla con aneddoti surreali e poco credibili, ma non desidero per ora unirmi alle già feroci polemiche presenti in larga misura in rete e che ho seguito con interesse. Basta leggere qualche commento su YouTube per farsi un'idea. Intanto, qualsiasi commento in proposito è ben gradito.
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scritto da: nicola
Ho vissuto e sto vivendo come molti di quelli della mia generazione il passaggio dal mondo "analogico" a quello "digitale", sotto ogni aspetto della tecnologia, non soltanto per quanto riguarda la musica. Nei primi tempi abbiamo tutti salutato trionfalmente l'avvento della tecnologia digitale che ci ha portato una serie di vantaggi in termini qualitativi, ma ci ha regalato una estrema inconsistenza e fragilità che tutto quanto era analogico non possedeva. In termini pratici, un graffio in un cd può renderne impossibile la lettura, un guasto in un hard disk ci fa perdere preziosissimi dati senza praticamente poterci far nulla. I nostri vecchi album fotografici tradizionali forse col passare degli anni peggioreranno per la qualità dei colori, ma non sono altrettanto fragili quanto una intera memoria fotografica, che può essere completamente annullata distruggendo un cd o danneggiando un hard disk, così come un segno su un disco ellepì non produceva tanti danni come può accadare su un cd. Comodità vuole dire fragilità.

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01/07/05: Strane nostalgie

Categoria: Pensieri
scritto da: nicola
vinile e cd assieme Non capisco perché i giornalisti che si occupano di musica, e i vari DJ alla radio, si ostinino a chiamare "album" le nuove uscite discografiche: i cd non hanno niente a che vedere con gli Lp che si sfogliavano, che erano qualcosa da scoprire, da leggere, da tenere tra le mani con piacere, cosa che ora non può più avvenire, anche se di recente si è cercato di uscire dalla piatta omologazione dell'artwork e packaging dei compact disc. Ma anche se si cerca di inventare qualcosa di nuovo, la creatività si scontra con l'innegabile limite tecnico dei 12 centimetri per 12 delle copertine del compact disc. Per me, come per tutte le persone la cui generazione vive a cavallo dell'era del vinile e del compact disc, il termine "album" può essere riferito solo agli Lp trentatrè giri, e non riuscirò mai a definire in questo modo un compact disc, neppure come fanno, probabilmente per abitudine (e forse perchè essi stessi fanno parte di questa generazione di mezzo), i deejay alla radio. Certo, voi direte che album può essere riferito ad una collezione di pezzi, canzoni, storie che si sfogliano come delle fotografie, ma ugualmente la definizione non mi convince.

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