Libera improvvisazione

Pablo Picasso: Piano (1920)

Pablo Picasso: Piano (1920)

Dopo un concerto di Brad Mehldau, il noto pianista jazz, due persone che uscivano dal luogo del concerto sostenevano che è facile nella libera improvvisazione camuffare gli errori, probabilmente intendendo che durante il concerto appena terminato di errori ce ne erano stati tanti ma era impossibile individuarli, data la complessità del territorio musicale nel quale si muove il pianista americano. In verità a mio parere di errori non ce ne furono, credo invece che anche in questo caso entri in gioco la propria cultura musicale e sensibilità verso certe armonie. E’ questione di educazione del proprio orecchio: certe cose che ad alcuni appaiono gradevoli, ad altri causano un vero e proprio fastidio. Chiunque sia educato all’ascolto della musica più semplice continuerà a considerare sgradevoli certe dissonanze che invece adottate in un certo modo danno un particolare colore alla musica arricchendola di profondità e aprendo “nuovi” orizzonti.
Tutto questo iniziale preambolo serve ad introdurre il discorso sulla improvvisazione libera, quella che si distacca dal vincolo della classica improvvisazione, sia nel jazz che nel rock, legata all’invenzione di frasi melodiche su una struttura armonica data.

La libera improvvisazione significa composizione istantanea ed estemporanea di brani musicali di senso compiuto, ed è più efficace quanto più il risultato appare un brano pensato e ben organizzato in precedenza. Ripetutamente mi capita di suonare brani estemporanei, e chi li ascolta ha sempre la percezione che siano brani a lungo pensati e maturati in chissà quante ore di studio. Qualche esempio lo potete sentire nelle mie “piano impressions” nella sezione “Musica”.
Ho ricevuto una lettera in cui mi si domanda un possibile metodo per suonare il pianoforte in questo modo, ma nel caso si provenga dal rigido metodo di studio classico, per arrivare a qualche accettabile risultato, bisogna scrollarsi di dosso la mentalità che inevitabilmente porta certi pianisti a suonare qualcosa che fa parte del proprio patrimonio di studio appena posano le mani sulla tastiera. Bisogna abituare il cervello ad interagire in maniera totalmente differente con le mani, perché mentre si esegue un brano di altri, la nostra concentrazione è mirata alla corretta esecuzione delle note e dell’espressione, del tocco; invece, iniziando a suonare liberamente, si ha di fronte il pianoforte con tutte le sue infinite possibilità espressive, e si ha la possibilità di fare in modo che l’ispirazione del momento, unita alle capacità del proprio bagaglio tecnico ed intuitività armonica diano frutti interessanti, talvolta irripetibili. Per certi versi è come trovarsi di fronte all’ingresso di un labirinto dotato di migliaia di possibili percorsi, non tutti immediatamente visibili. Il vero dilemma, per chi è alle prime armi in questo campo, è: come capire se si sta suonando qualcosa di corretto o se invece ci sono un sacco di errori di forma, di armonia, di ritmo.
L’educazione all’ascolto è importante: in linea teorica, chi ascolta molta musica con la dovuta attenzione, dovrebbe avere acquisito certe regole fondamentali, come la semplice constatazione che la maggior parte delle esposizioni tematiche sono basate sui multipli di 4 battute. Mi rendo conto che per chi ha ben in mente certe regole basilari sembra difficile credere che, anche in chi suona da più di dieci anni, certe cose non sempre sono da considerare scontate.

Stefan Crane: The Piano Player copyright: www.artx2.com

Stefan Crane: The Piano Player
copyright: www.artx2.com

Improvvisare liberamente è quasi sempre il metodo più consueto per arrivare a determinare la forma finale di un brano che poi prenderà forma definitiva nella partitura e nella registrazione. Per questa ragione, anche improvvisare liberamente non significa, come si potrebbe pensare erroneamente, dare libero sfogo alle mani lasciando che viaggino per conto proprio, perché se ci si accorge di avere trovato qualche cosa che vale la pena che vada oltre i limiti della musica affidata alla casualità del momento, bisogna avere la capacità di catturare l’idea importante, anche senza l’intervento della registrazione.

Possiamo parlare di conscio ed inconscio; lo studio di questo metodo di approccio allo strumento, dopo anni di pratica, può certamente portare a dire che nel momento creativo entra in gioco il nostro subconscio, la nostra anima più vera, alcuni dicono che una certa estasi artistica (quasi una possessione, come nel caso di Jarrett) proviene da un contatto con una dimensione che va oltre il reale, dove l’artista è come se con la musica facessa da tramite tra noi e la dimensione parallela in cui i suoni esistono da sempre. Trascendendo sempre più, non si può non rimanere affascinati dall’idea che la musica sia il vero linguaggio comune dell’universo, un po’ come Spielberg ci propose in “Incontri ravvicinati del terzo tipo”.

Inutile negare che nell’improvvisazione libera si possono effettivamente lasciare libere le mani, che vadano contro le regole armoniche tonali, che abbattano i limiti della forma, che possano agire nella libertà più assoluta del “free”, ed è un esercizio che va certamente fatto, perché talvolta è più difficile andare contro l’armonia piuttosto che seguirla, in particolare per chi è più abituato a suonare nel sistema tonale piuttosto che uscirne regolarmente. Le dita stesse, si abituano ai movimenti tradizionali su certi accordi, arpeggi o armonie, ed è bene farle uscire da questo vincolo, in modo da abituarle a movimenti inconsueti, i più vari possibili.

Si può arrivare ad improvvisare liberamente senza bisogno di seguire libri, o essere seguiti da insegnanti? Sì, purché si affini molto l’orecchio ed il gusto musicale: bisogna essere veramente certi di avere ascoltato abbastanza, e di avere comunque alle spalle la conoscenza delle armonie classiche, e moderne, nonché una basilare conoscenza degli accordi siglati.
Bisogna sapere improvvisare in stile jazzistico? Partendo dal concetto che spesso buonissimi improvvisatori del jazz non sempre sono altrettanto capaci di farlo liberamente, proprio perché l’approccio mentale è differente, ad ogni modo non guasta essere in grado di improvvisare su degli accordi dati. Per lo sviluppo del proprio gusto, per capire i propri limiti creativi, è uno studio da portare avanti parallelamente.

Questi piccoli consigli non vogliono essere esaustivi della materia, che in effetti è di difficile insegnamento, perché mai come in questo caso valgono la passione personale, la capacità di uscire da determinati schemi, per acquisirne di nuovi e diversi per rimescolarli con quelli già acquisiti. Non ultimo, essere capaci di ascoltarsi con orecchio critico da ascoltatore pur essendo nel contempo i creatori di ciò che si sta suonando, complessi e velocissimi meccanismi di interazione di varie sfere del cervello che avvengono in pochissime frazioni di secondo.

Nicola Morali, 30 Settembre 2004

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