20/05/13: Elogio del giradischi
Non mi ritengo uno di quei feticisti dell'analogico e del giradischi in generale, né tantomeno un audiofilo alla ricerca di chissà quale suono, e per nulla uno di quelli che spendono una fortuna in strumenti di riproduzione che il più delle volte non valgono proprio quanto costano, sono invece da sempre un appassionato ascoltatore che ama sentire la musica in modo più che discreto senza spendere una fortuna. Anzi, ho impiegato anni per capire che la riproduzione su vinile può essere fonte di grande soddisfazione e non solo una lotta con puntine, dischi sporchi o mal fabbricati o ammuffiti come pensavo quando ero adolescente, quando l'ascolto su lp era praticamente cosa obbligata.
Ho capito che un più che discreto giradischi Technics a trazione diretta (che ora possiedo), unito a qualche decente testina e relativa puntina, vuol già dire un enorme passo avanti rispetto a come ero abitato a sentire i dischi in precedenza. Non serve dunque comperare giradischi esoterici come un Gyrodec, Mitchell o i modelli di punta della Pro-ject o Denon, per quanto siano bellissimi anche solo da vedere.
Sembra quasi che non esistano mezze misure, la gran parte dei miei colleghi musicisti non ha un impianto decente con cui ascoltare musica (che poi in genere è sempre scaricata e quasi mai comperata), e chi invece spende centinaia di euro per impianti di alto livello alla fine di musica capisce ben poco. No, non sono d'accordo con gli appassionati di Hi-Fi, di cui leggo sui forum del settore che si vantano di impianti incredibili, di giradischi e testine da migliaia di euro, e che non sono veri appassionati di musica ma soltanto di un "suono" ideale, io mi ritengo soddisfatto nella ricerca di un compromesso soddisfacente, fermo restando che poi per quanto mi riguarda il suono che più mi coinvolge deve uscire dalle cuffie, essendo il mio "output" audio più usato, per cui tutto il discorso legato invece alla resa sonora sugli altoparlanti mi interessa relativamente, e di conseguenza tutto il discorso legato alla risonanza e a determinati materiali per me diventa secondario.
19/05/13: Yamaha DX7 - brochure italiana
Questo post è dedicato soprattutto ai tastieristi che hanno iniziato a suonare negli anni 80, e che inevitabilmente si sono trovati a desiderare di possedere uno strumento che all'epoca non era di certo per tutte le tasche, e che ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica pop e rock. Chi ha iniziato a suonare successivamente o chi lo fa ora ha a disposizione molto di più, e soprattutto in modo facilmente accessibile grazie ai synth virtuali o a strumenti fisici di gran lunga più evoluti du quello di cui si sta parlando. Nel caso del DX7, si parla dell'inizio di un'epoca nuova, il momento del passaggio dalle tastiere analogiche a quelle completamente digitali, di cui Il DX7 rappresenta lo spartiacque per eccellenza, e tra l'altro si parla di uno strumento assai sofisticato per l'epoca, anche dal punto di vista del design.
Non è certo che quel sound sia tuttora apprezzato, l'amore attuale per il vintage predilige strumenti e suoni in qualche modo antecedenti a questo strumento, ma sta di fatto che siano passati 30 anni precisi dalla sua presentazione ed è un buon pretesto per parlarne. All'epoca era anche per me un oggetto del desiderio inarrivabile, ed infatti non l'ho mai posseduto o suonato, ma qualche anno dopo (nel 1988) mi sono potuto permettere l'acquisto di un DX7 II FD, che conservo tuttora e di cui soprattutto apprezzo la qualità di fattura della tastiera, ben diversa dallo standard dei synth attuali, sarà forse perché all'epoca erano tutte "made in japan" e decisamente più curate e non particolarmente economiche ed ora solo "made in china"? Possibile...
Comunque la si pensi, ho trovato nel mio archivio la brochure originale di presentazione del DX7, ha sicuramente un sapore vintage, mi pare che non sia mai stata diffusa in rete e quindi ho pensato per l'occasione di farlo io per celebrare questo trentennale.
03/11/12: Meglio Issuu o Scribd?
A parte gli scherzi, come avrete notato già da un po' di tempo mi piace condividere in maniera veloce i miei lavori tramite Scribd, che effettivamente risulta la più ampia libreria disponibile on-line in termini di pubblicazioni, anche tra le più utilizzate per gli spartiti musicali, ma soffre di una serie di difetti non di poco conto: innanzitutto la conversione degli spartiti è spesso difettosa, mi sono trovato a dover per forza convertire le singole pagine in bitmap, quindi in pdf, e poi caricarle su questo servizio, per poter avere una conversione un minimo soddisfacente, ma negli ultimi casi anche con questi passaggi l'operazione non è andata a buon fine, sono rimasti dei difetti di visualizzazione poco piacevoli. Mi sembra che in generale Scribd sia più votato ai più semplici contenuti testuali, ebook in senso tradizionale insomma, e non a cose leggermente più complesse come un pentagramma. Ho quindi deciso di testare anche Issuu, forse meno noto ma particolarmente adatto alla condivisione di magazines e documenti più complessi, con una interfaccia accattivante, la possibilità di poter sfogliare il proprio libro in orizzontale e non in verticale come Scribd, e soprattutto senza difetti! Pochi sono ancora sgli spartiti presenti, ma tanto per capirci, la visualizzazione è di questo genere: piccola anteprima, ma cliccando su expand lo spartito si vede a tutto schermo e si consulta che è un piacere. Per chi ha un Mac per semplicità è sempre consigliato Chrome in quanto serve il Flash Player, per l'Ipad dovrebbe convertirsi in HTML5 in modo automatico.
Personalmente ho scoperto questo servizio in passato consultando i volantini della Comet, ora mi sento di consigliarlo caldamente anche a chi desidera condividere i propri spartiti (ovviamente, scritti in proprio e non condivisi illegalmente).
Un ulteriore servizio di questo genere, tra l'altro anche localizzato in Italiano, si chiama Calameo e lo testerò quanto prima facendo un mirror dei miei contenuti, tra le altre cose è l'unico per ora che prevede direttamente gli spartiti nelle sue categorie di documenti. Tutti e tre questi servizi prevedono l'accesso diretto da Facebook disponendo di un account su questo social network, diversamente bisogna registrarsi per caricare contenuti o scaricare i pdf originali dei contenuti che si desidera salvare.
La mia pagina su Issuu si trova al link: http://issuu.com/nicmor
Tecnicamente parlando, la trascrizione di un brano con un tempo così "rubato" come questo mi ha creato qualche problema di impianto generale, per non parlare della decifrazione delle battute veloci della parte centrale, inoltre ho deciso di utilizzare molte "corone" su diverse note, che potrete capire ascoltando la versione originale del pezzo, senza necessariamente intervenire sull'impostazione ritmica generale del 4/4.
Il brano è molto bello, pur discostandosi dai tratti musicali jazzistici e di ispirazione orientale che rendono più distinguibile e caratteristica la musica di Aziza. Qui, a parte qualche accordo che richiama vagamente la contemporaneità Jazz, si respira molto di più Chopin anche nell'alternarsi dei momenti particolarmente espressivi del primo tema contrapposto poi all'episodio centrale infuocato nello stile tipico del pianismo romantico.
25/07/12: Il problema (o la sfortuna) del pianista
È in generale il problema che affligge da sempre il pianista, tanto più quando un pianista (o generalmente tastierista che deve coprire una certa gamma di suoni) deve necessariamente essere versatile e non può di certo pretendere il pianoforte a coda ovunque vada, cosa che non è sempre l'opzione migliore, dato che nella mia esperienza mi sono capitati molto spesso pianoforti malmessi o male accordati. Oltre a tutto questo, con l'attuale politica del taglio dei costi, gli organizzatori di concerti cercano sempre di evitare il noleggio del pianoforte, a meno che non si tratti di rassegne prettamente di musica classica. Facile comprendere quindi l'apparente vezzo di molti pianisti, per l'appunto classici, che andavano in tournèe con il proprio pianoforte, per ricreare sul palcoscenico le condizioni ideali, o alcuni che chiedevano, in certi casi, uno Steinway nuovo di fabbrica come condizione necessaria per la propria esibizione. Ma è proprio così, credetemi: quando passi tante ore con il tuo strumento, si crea qualcosa di particolare, e il feeling tra un musicista e il proprio strumento raggiunge questi livelli particolari solo quando si parla di strumenti acustici, perché in fondo ogni strumento acustico, costruito artigianalmente, seppure in serie, ha qualcosa che lo contraddistingue da ogni altro, e non c'è niente di meglio che avere il vantaggio di poter fare un concerto con il proprio strumento.
Insomma, diciamolo in modo chiaro, tutti gli altri strumentisti riescono sempre a suonare il proprio strumento ovunque, il pianista no! Questo anche per ribadire anche, se ce ne fosse bisogno, che nessun strumento elettronico può arrivare ai livelli di un vero pianoforte. La cosa, a qualsiasi chitarrista, bassista, saxofonista (e potremmo nominare ogni strumento facilmente trasportabile) può sembrare banale, ma per quanto riguarda il pianista, possiamo affermare che suona probabilmente lo strumento più bello del mondo, ma anche il più sfortunato, proprio per questo "piccolo" particolare.
24/07/12: Street Pianos a Parigi

Il sito ufficiale è: http://www.streetpianos.com/
13/02/12: Sunday Blues, for piano
Riascoltando i miei appunti audio e le tante registrazioni lasciate nel "cassetto" ho ritrovato questo mio blues registrato il 14 aprile 2008, sul mio pianoforte acustico. Si tratta di un blues atipico, pur mantenendo le canoniche 12 misure, improvvisato nell'occasione di quelle sessioni di registrazione. Rientra sempre in quel contesto di brani da me realizzati in modo estemporaneo e mai più eseguiti dopo la registrazione, che comunque tra non molto raggrupperò tutti nella mia pagina "musica" del sito.
26/01/12: La mia didattica: esperienze personali
Credo che abbiate già letto che ho scritto e continuo a scrivere brani pensati per la didattica pianistica, già presenti nella sezione spartiti, e ne approfitto per dire che molti altri a breve troveranno uno spazio apposito che ho intenzione di creare per colmare certi vuoti tuttora presenti nell'offerta per chi insegna, a conferma del fatto che la didattica, la costante ricerca di brani idonei a ciascun studente, e spesso la realizzazione esclusiva di brani appositamente per l'uno a l'altro allievo, sono parte del mio impegno quotidiano. Infatti, ben lungi dall'accontentarmi della seppur vasta possibilità di scelta tra i testi a disposizione, sento sempre la mancanza di qualcosa, soprattutto di creare maggiori stimoli ed evitare di annoiare gli allievi con tappe che possono saltare, tenuto conto che la maggior parte di questi non aspirano di certo a diventare pianisti di stampo classico, insomma tutta una serie di libri e studi pesanti che possono forse affrontare in un secondo momento, una volta che avranno le idee più chiare. È certo che tutti passano varie fasi, possono anche rivelare un interesse per i temi classici ma ben presto verranno trainati dalle amicizie verso altri stili musicali, e io non ho di certo intenzione di censurare o sconsigliare questo o quel genere, ma cerco soprattutto di fornire gli strumenti più idonei per potersi poi destreggiare con il genere che interessa suonare. In realtà non credo esista un solo libro adatto allo scopo, ma una moltitudine di testi o brani estrapolati qua e là tali da poter fornire un ampio ventaglio e bagaglio di brani sia tecnici che divertenti, sia per i giovanissimi che per quelli meno giovani. Se per esempio nei metodi Bastien ho notato un eccessivo precorrere i tempi nell'affrontare gli accordi di tre note con la mano sinistra - questo anche nella versione per i pianisti adulti - ho trovato invece più proficuo il metodo francese Hervè et Pouillard, che però rimane di impostazione classica. un po' datato e troppo americano nei suoi contenuti musicali è invece il metodo J.Thompson, tradotto anche in italiano, che però ha qualche brano divertente soprattutto per i giovanissimi. Una collezione di brevi brani sempre molto indicata per chi inizia è sicuramente The Joy of the first Year piano, un best seller i cui brani quasi tutti coloro che sono alle prime armi hanno sempre suonato con piacere. Che dire dei "vecchi" metodi? Il tanto odiato Beyer da certi insegnanti vecchia scuola è ancora utilizzato come punto di partenza, ma come ho sempre detto a tutti quelli con cui ho avuto modo di discutere di didattica, il problema è che affronta la chiave di basso troppo avanti (addirittura all'esercizio 61!), le armonie sono ripetitive e i contenuti musicali di conseguenza piuttosto poveri, gli allievi non ne hanno mai un buon ricordo e lo trovano assai noioso. Ho invece sempre consigliato, e in parte usato, il suo antagonista Leber & Stark, molto più ricco di contenuti musicali gradevoli anche all'orecchio, che si può considerare sicuramente più completo di molti altri (e tra quelli da me citati sicuramente il più complesso). Tra l'altro è stato il metodo su cui iniziai gli studi, infatti intelligentemente il mio insegnante non usava il Beyer a differenza di tutti gli altri colleghi!
25/01/12: dove conservare la memoria?
Mi lascio andare a qualche riflessione sulla tecnologia e a quanto ha cambiato il modo in cui conserviamo gran parte dei nostri ricordi. Senza dubbio nel nostro tempo c'è stato un vertiginoso incremento del ricorso alla conservazione della "memoria" della nostra vita, in ogni aspetto, non soltanto nel recente e invadente "diario" di Facebook, ma grazie a tutti i messaggi che inviamo, riceviamo, così come con tutte le foto che scattiamo, i video che conserviamo, la musica i film e qualsivoglia contenuto che in maniera quasi compulsiva si è soliti scaricare dalla rete. Esponenzialmente così come la capacità dei supporti per memorizzare che a quanto pare raddoppia ogni cinque anni, ci circondiamo di una valanga di dati, anche poco importanti ma a cui ci affezioniamo, che sono anche terribilmente fragili, provare per credere! In particolare gli hard disk, che con molta disinvoltura eleggiamo a sicuri contenitori spesso destinati a conservare dati importanti come nostra unica copia, si dimostrano ancora inaffidabili, basta infatti un urto un po' più forte del dovuto, una distrazione, e tutto può andare irrimediabilmente perduto. Per non parlare dei supporti masterizzati, passati quasi di moda per via della scomodità, ma a conti fatti forse più sicuri di un hard disk,dato che resistono anche cadendo a terra, ma non danno garanzie particolari dopo una vita di dieci anni circa, tra l'altro anche se conservati al sicuro e mai sfiorati. In realtà, non sappiamo ancora bene questi supporti che vita reale possono avere, essendo relativamente nuovi, ma il problema più evidente è che molte cose che utilizziamo sono legate a standard di collegamento, che siano sata, usb, hdmi, tanto per fare un esempio, che rappresentano il presente ma che verosimilmente tra 10 o 20 anni saranno rimpiazzate da altri sistemi di connessione. Quindi la memoria che lasciamo per chi verrà dopo di noi non rischierà sicuramente di ingiallire dimenticata in un cassetto, ma forse, e questo è peggio, sarà resa inaccessibile dalla inesorabile avanzata tecnologica che impedisce dopo poco tempo di poter accedere ai supporti su cui memorizziamo tutti i ricordi.31/10/11: Kapustin, from Ucraina with Jazz
Nell'ambito della musica per solo piano di carattere contemporaneo (per come io intendo il termine) non posso esimermi dallo scrivere a proposito del grande Nikolai Kapustin, musicista ucraino classe 1937, un pianista di solida formazione classica e innamorato del jazz, che nella sua musica scritta secondo canoni e forme classiche (Sonate, Suites, Studi) riesce a inserire stilemi e linguaggio tendenzialmente inusuali al fatto di essere scritti. In sostanza, Kapustin rende disponibile soprattutto ai pianisti di estrazione classica acerbi in tale linguaggio, possibilmente "virtuosi" per via della difficoltà delle sue composizioni, un repertorio di brani marcatamente jazzistici, che sono integralmente scritti in questo stile o contengono episodi che sembrebbero essere consuete parti improvvisate degli standard jazz, o vere e proprie libere improvvisazioni. Come anche la pagina biografica sull'autore sottolinea, Kapustin non si ritiene un vero improvvisatore ma nella sua scrittura cerca di affinare l'improvvisazione cercando di renderla al meglio, una sorta di improvvisazione pensata che forse toglie spontaneità e snatura il concetto proprio di improvvisazione. Ma in fondo questo discorso apre diversi interrogativi e riflessioni, perché è pur vero che gran parte del repertorio scritto altro non è che l'affinamento di quelle che in origine erano improvvisazioni, alcune grandi pagine del passato chiamate appunto "Improvvisi", ricordando quindi Schubert e Chopin, erano pagine create in modo più o meno estemporaneo e poi fissate su carta, resta poi da vedere se appunto questo avvenne con un'ottica il più possibile mirata alla perfezione stilistica o invece con l'intento di preservare l'intenzione iniziale al momento della prima ispirazione. Il jazz nacque invece in quanto forma musicale non scritta, puramente supportata dalla nascente industria fonografica e discografica, è ovvio che poi con l'avanzare del tempo si sia arrivati a questi approcci in qualche modo contrastanti, ma è pur vero che come sempre, la musica scritta si preserva e viene perpetuata dagli esecutori, il mondo classico non ha grandi possibilità di esprimersi con questo linguaggio a lungo sottovalutato dalla tradizione europea, e quindi le pagine di autori come Kapustin ben vengano, anche se purtroppo ancora poco note ed eseguite. Personalmente, alcune sue pagine le apprezzo molto e sono state davvero una piacevole scoperta.
Come ascolto posso consigliare il bel cd di Marc-Andrè Hamelin "Nikolai Kapustin: Piano music", mentre su YouTube potrete trovare, almeno al momento in cui scrivo queste righe, un paio di composizioni eseguite direttamente dall'autore, e altre belle esecuzioni, come ad esempio questa "Toccatina op.40", una delle sue composizioni più note, eseguite da Shan-Shan Sun.
23/10/11: Nocturne 2, Faurè
L'audio che potete ascoltare (cliccando sul play di questo player) è tratto da una vecchia registrazione del 1996 fatta su cassetta, realizzata al puro scopo di verificare l'efficacia di una mia esecuzione del secondo notturno di Gabriel Faurè che ho studiato a lungo nella prima metà di quell'anno e che dovevo eseguire in un concerto. Ero un po' restio a pubblicarla per via della qualità non in linea con le mie altre registrazioni, ho cercato di migliorare il suono il più possibile, e tutto sommato valutando quello che si può ascoltare su YouTube non penso che sfiguri così tanto, facciamo finta che sia ben più vecchia di quello che effettivamente è. A questo punto mi fa piacere comunque condividerla con gli amanti del genere, e al di là degli aspetti puramente sonori, sperando di avere reso giustizia a suo tempo al compositore francese nella mia esecuzione sicuramente non impeccabile (tra l'altro senza correzioni o tagli), si tratta di una pagina pianistica molto bella, poco frequentata e da riscoprire.
Alla luce dell'esperienza di ore di lavoro spese sulle non poche trascrizioni che mi sono state richieste nel corso dell'ultimo anno, volevo tornare sull'argomento e in qualche modo integrare il mio precedente post in proposito.
Le trascrizioni su cui ho lavorato e chi mi avete commissionato sono state molto variegate, da Sakamoto & Morelenbaum ai Race Against The Machine, Avishai Cohen, passando per Danilo Rea, Gianni Giudici, la colonna sonora di Amici Miei per finire con le complicate trascrizioni per Big Band del repertorio di Dinah Washington, impegno quest'ultimo molto complesso,su cui sono tuttora al lavoro, e molto grato a chi mi ha accordato fiducia in questa ambiziosa operazione.
Come sa ciascuna delle persone che mi ha commissionato le trascrizioni, il mio principio è che il diretto proprietario dell'opera richiesta è il committente, oltre di certo al compositore i cui diritti sono tutelati. Ovviamente gli spartiti che mi sono richiesti non esistono, il mio lavoro quindi non è in contrasto con iniziative editoriali, le somme che richiedo vanno a coprire i miei costi e le mie ore di lavoro, senza troppo lucro. (continua)
23/09/10: Quale pianoforte scegliere
Quale pianoforte scegliere? Di tanto in tanto la domanda mi viene posta via email, spesso anche di persona dai genitori degli allievi, e le informazioni in rete sono spesso confuse in proposito. Negli ultimi 10-15 anni il mercato si è notevolmente trasformato, perché una volta non esistevano reali alternative al pianoforte verticale, o "a muro" come preferite. L'arrivo dei Clavinova Yamaha e delle proposte degli altri marchi giapponesi ha reso poi possibile avere in casa strumenti poco ingombranti, versatili, con una discreta tastiera adatta allo studio, e soprattutto con l'enorme vantaggio del poter suonare in cuffia. Comunque, il suono Yamaha, pur presentato come campionamento eseguito con cura, ricavato dalla registrazione di Yamaha a coda da concerto, prima registrati con il sitema AWM, poi AWM2, e infine CF sampling, spesso non compete con la resa di campionamenti di pianoforte disponibili su strumenti VST neppure troppo costosi. Per chi fosse a digiuno di termini tecnici, per "campionamento" intendiamo registrazione digitale del suono reale dello strumento, applicato poi al pianoforte digitale che andremo a suonare. In tutti questi strumenti mancano del tutto delle componenti che contribuiscono a rendere il suono più reale, come ad esempio il rumore dei feltri degli smorzatori delle corde, il rumore del ritorno del martelletto, il rumore stesso del pedale di risonanza, e le armoniche. Il decadimento stesso del suono, quando suoniamo anche solo una singola nota, non è reale perché il suono viene smorzato con largo anticipo.
Insomma, lo strumento digitale ha pro e contro, io consiglierei di avere sia questo, che ovviamente un acustico. E' vero che la Yamaha ha pensato anche a questo, unendo le due cose, ma il prezzo secondo me non giustifica completamente lo sforzo (mi riferisco alla serie dei "silent piano"), anche se, per chi non ha troppo spazio, e non ha esigenze di dovere trasportare e avere uno strumento anche per le esigenze live, avere due pianoforti in uno non è cosa da poco.


