Siae, telefonini, streaming e diritto d’autore

Una notizia di oggi sbattuta in prima pagina riguardante la possibile pesante tassazione degli smartphone e di altri supporti digitali, su pressione della Siae, mi spinge ad una serie di considerazioni riguardanti l’uso e consumo della musica ai nostri tempi. Certo, la proposta pare sia stata bloccata, magari verrà ridimensionata e non vale neanche la pena che io la riporti, ma rimane determinante un discorso di fondo: chi detiene il compito della riscossione dei diritti d’autore ai giorni nostri è obbligato ad arrampicarsi sugli specchi per cercare di raccogliere qualche briciola di ciò che sarebbe giusto fosse poi ripartito agli autori o comunque rispettivi proprietari delle registrazioni musicali. Non difendo la Siae e la sua organizzazione, che sicuramente abbonda di esubero di personale come in ogni italica società di vecchia fondazione che trascina ai giorni nostri il suo essere fuori dal tempo, che sicuramente ha mille torti e non è equa nella gestione dei diritti, ma è tutto un discorso a parte, ricco di accese polemiche, soprattutto per i costi spropositati imposti per la musica dal vivo.
Sembra ieri che eravamo a polemizzare sulla tassa sui supporti come cd o dvd vergini, che questi ormai sono in disuso e spesso mai usati dagli under 20 che ormai operano solo con smartphone e tablet, il supporto fisico è un vecchio optional, ed è quindi ovvio che il target su cui focalizzarsi per la riscossione dei diritti siano loro, essendo in genere come età i maggiori fruitori di musica, nonché i possessori “tipo” di smartphone. Certamente, in misura diversa siamo o siamo stati tutti “pirati”. Chi non ha in casa musicassette o cd copiati? Chi più, chi meno, in un modo o nell’altro abbiamo contribuito alla triste crisi di questo sistema, ed è giusto pagarne ora le conseguenze. 
Insomma, nulla di particolare di cui stupirsi, la cosa in generale e triste a mio avviso è che ormai l’accesso alla musica, non più vissuto nei canoni dell’alta fedeltà che venivano valorizzati negli anni ’70 e ’80, è troppo semplice, al punto dall’essere considerato quasi scontato. Se vuoi sentire una canzone, la trovi subito su YouTube, pazienza se eventualmente devi sorbirti qualche secondo di pubblicità, tanto al limite la puoi scaricare dopo con i plug-in di chrome o firefox. Se proprio non ti basta, vai su Spotify o Grooveshark, senti quello che ti pare gratis, e anche lì i plug-in per catturare quello che vuoi non mancano. Insomma, è davvero giusto tutto questo? Youtube ha già troppa pubblicità (qui in Italia) ed è un discorso a parte, essendo poi il maggior veicolo di promozione musicale, ma per gli altri servizi di streaming devo dire che non mi sembra giusto che l’utente abbia grossa scelta, e la pubblicità sia praticamente nulla. Sarei davvero disposto ad avere maggiore pubblicità, soprattutto negli account gratuiti, per andare ad aiutare la causa degli autori e -forse- ad evitare che periodicamente salti fuori la Siae con le sue proposte di tasse assurde sui supporti, anche se sicuramente, ed è anche il mio caso, uso più lo smartphone per memorizzare le mie foto e non delle canzoni scaricate, e potrei giustamente scaldarmi se qualcuno volesse tassarmi per un “presunto” uso del mio apparecchio.

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